Il Prato del Rondò

Di cosa avremmo bisogno, più di ogni altra cosa, se ci trovassimo a passare le nostre intere giornate girovagando, per strada od in altri posti pubblici, guardando le persone che incontriamo come potenziali nemici, di cui preoccuparci che non ci rubino le poche cose che possediamo?

Avremmo bisogno di un posto nostro dove stare, da soli o con persone di cui potersi fidare, dove fare cose inutili come sdraiarsi o correre, raccontarsela, ridere o semplicemente riposarsi.

Avremmo bisogno di uno spazio così e di una compagnia, cioè di un’amicizia, che altro non è che la presenza di persone con cui condividere un destino. E poi avremmo bisogno di un ideale a cui guardare.

E’ probabilmente con questa idea in testa che il giovane Don Giovanni Bosco lottò, nei primi tempi a Torino, impegnando tutte le sue energie fisiche e le poche risorse economiche di cui disponeva (e forse anche quelle di cui in realtà non disponeva).

 

 

Dopo infinite peregrinazioni, con al seguito un gruppo sempre più folto di giovani che lo seguivano costantemente, non trovando altro posto dove stare, finì per affittare un prato, quello che avete davanti in questo momento, di fronte al piazzale che anche allora si chiamava “rondò della forca”, su cui si affaccia oggi un basso fabbricato che ospita un negozio di articoli musicali.

Scrive Don Bosco nelle sue memorie:

“Marzo 1846. Ancora una volta, con grande rincrescimento e notevole disagio, abbiamo fatto fagotto. Dai fratelli Filippi presi in affitto un prato. L’Oratorio si trovò così a cielo scoperto, sull’erba di un prato, circondato da una siepe stentata che lasciava entrata. libera a tutti. I ragazzi andavano dai trecento ai quattrocento, e si trovavano benissimo in quell’Oratorio che aveva per tetto il cielo”.

“Sovente, per raggiungere luoghi lontani, facevamo delle belle camminate. Ne descriverò una che ci portò fino a Superga. Dallo svolgimento di questa, sarà facile capire come si svolgevano anche le altre.

I giovani erano nel prato, giocavano alle bocce, alle piastrelle, si divertivano sui trampoli. Ad un tratto rullò il tamburo. Subito dopo la tromba diede i segnali di adunata e di partenza. Ci siamo recati tutti ad ascoltare la Messa, e dopo le 9 ci mettemmo in strada alla volta di Superga. Ci eravamo divisi i compiti di salmeria: chi portava i canestri del pane, chi gli involti del formaggio e del salame, chi i canestri della frutta. Finché fummo in città, cercammo di mantenerci in silenzio. Poi cominciarono gli schiamazzi, i canti, le grida. Ma continuavamo a stare in file ordinate”.

Quelle passeggiate accendevano nei giovani un entusiasmo enorme.

Scrive ancora Don Bosco:

“L’Oratorio, quella mescolanza di preghiera, giochi, passeggiate, era ormai la loro vita. Ogni ragazzo era talmente mio amico che non solo obbediva a ogni mio cenno, ma era ansioso di fare qualcosa per me. Un giorno un carabiniere mi vide richiamare al silenzio quattrocento ragazzi con un solo gesto della mano, ed esclamò:

– Se questo prete fosse generale d’armata, potrebbe battere il più potente esercito del mondo.

Devo riconoscere che l’affetto e l’obbedienza dei miei ragazzi toccava vertici incredibili”.

Anche questa sistemazione ebbe però vita breve. Le maldicenze e le proteste dei vicini per le grida ed i giochi dei ragazzi di Don Bosco, costrinsero l’oratorio a lasciare il prato così faticosamente conquistato.

Scrive il proprietario del prato:

« I suoi ragazzi stanno facendo del nostro prato un deserto. Anche le radici dell’erba sono consumate dal calpestio continuo. Le condoniamo volentieri il fitto scaduto, ma entro quindici giorni deve lasciar libero il prato. Non possiamo concedere dilazioni».

 
 

BACK TO TELLINGSTONES

 

 

 

 

 

 
 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.